Provini prende in mano la Petroli Firenze: «Piscina sarà insostituibile, ma ci proveremo. Quest’anno ho commesso qualche errore di troppo»

Provini
Matteo Provini con i suoi ragazzi della Petroli Firenze (foto: Petroli Firenze-Hopplà-Don Camillo)
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Di diventare team manager, Matteo Provini ne avrebbe fatto volentieri a meno. Tuttavia, quando Omar Piscina gli ha comunicato che dopo vent’anni avrebbe lasciato l’attività, di mandare tutto a monte non se l’è sentita. Anche se di economia se ne intende fino ad un certo punto, anche se non è diplomatico e paziente come il ruolo richiede. Ora prende in mano la Petroli-Firenze, una grande sfida.

Matteo, quando hai saputo della scelta di Omar?

«Ci conosciamo da anni, eravamo insieme anche alla Viris, il rapporto è buono. Mi pare fosse estate. Diciamo che si sapeva, era nell’aria, non è stato un fulmine a ciel sereno». 

Una nuova sfida oppure una responsabilità di cui avresti fatto volentieri a meno?

«La seconda, senza dubbio. Non è il ruolo che mi compete, non m’intendo né di economia né di diplomazia, non ho un carattere semplice. Un conto è saper fare due conti e conoscere gli sponsor, un conto invece è tirare avanti un’attività in prima persona e trattare con gli investitori. Però nessuno mi ha puntato la pistola alla testa».

E allora perché hai deciso di accettare l’incarico?

«Per una questione di rispetto nei confronti degli sponsor, che volevano e tuttora vogliono andare avanti, e dei ragazzi. Non mi sembrava giusto lasciarli a piedi, con l’aria che tira oggi magari qualcuno rischiava addirittura di non trovare un’altra sistemazione. Mi sono detto: sei sempre a lamentarti che il movimento non è in salute e poi abbandoni la nave?»

Sarai da solo?

«No, fortunatamente. Con me ci sarà Eddy Guadrini, una figura con le competenze che mancano a me. Conosce l’economia, ha un negozio di biciclette a Cremona. E’ figlio di Enrico, ex professionista degli anni ’70». 

Come vi alternerete?

«L’obiettivo è che Eddy, nel giro di un anno o due, vada a coprire il buco lasciato da Omar. Piscina rimane insostituibile, ha lavorato anche nel professionismo e non è di certo l’ultimo arrivato, ma noi abbiamo il dovere di fare il meglio possibile. Non so se ci riusciremo, commetteremo anche qualche errore. Vedremo, soltanto il tempo ci darà certe risposte».

I ragazzi hanno accusato l’addio di Piscina?

«Direi di no. Abbiamo fatto il possibile per tenerli lontani dalla questione e allo stesso tempo sereni e concentrati sulle gare. Credo di poter dire che ci siamo riusciti. Ovviamente si sono resi conto di quello che sta succedendo e sono abbastanza intelligenti da capire che io ho delle competenze diverse da quelle di Piscina.» 

Dividersi è un peccato, però.

«Assolutamente sì, come ho detto lui è molto bravo nel suo ambito e ha un’esperienza impareggiabile. Ci completavamo, eravamo complementari. Soprattutto ci siamo sempre rispettati: io non invadevo il suo campo e lui faceva altrettanto con me».

Questi cambiamenti non sembrano aver influenzato particolarmente il rendimento dei ragazzi, che è stato buono.

«Buono, dici? Dipende dal punto di vista: i punteggi e le classifiche dicono che chiudiamo questa stagione tra le squadre migliori d’Italia, io dico che dovevamo fare molto meglio. Non dico che è stata un’annata da buttare, sarebbe ingeneroso nei confronti di tutti. Ma buona mi sembra troppo».

Avete vinto poco, ma i piazzamenti sono stati tantissimi. E anche questi, per quanto a volte deludenti, sono indicativi.

«Abbiamo vinto soltanto tre gare, nella nostra peggior stagione se non ricordo male una quindicina le avevamo portate a casa. Ed è proprio il modo in cui sono arrivati i piazzamenti che mi fa rammaricare».

Spesso sono arrivati in volata: ne avete piazzati due o tre tra i primi dieci, dando l’impressione di una scarsa organizzazione.

«Mi riferisco proprio a questo: quante volte siamo arrivati nel finale con diversi uomini e non abbiamo saputo organizzarci per la volata? Un’infinità, te lo dico io. Però non punto il dito contro nessuno: anzi, il primo ad aver commesso qualche errore sono stato io».

A cosa ti riferisci?

«Innanzitutto all’allestimento della squadra. L’abbiamo messa su senza troppo tempo a disposizione e la fretta non è mai raccomandabile. Abbiamo preso tanti corridori giovani, forse troppi. Serviva qualcuno con esperienza e carattere in grado di gestire la squadra direttamente da dentro il gruppo. C’era Tommaso Fiaschi, che secondo me meritava il professionismo, ma ha preferito ritirarsi».

Come mai?

«Prima una clavicola fratturata e poi un tampone positivo lo hanno tenuto fuori per molto tempo. E’ del 1997, ha compiuto 24 anni a giugno, capisco la voglia di mettere un punto e ripartire con un’altra avventura. Però ripeto, è un peccato: per me gli Elite sono fondamentali».

In tanti lo dicono, Matteo, eppure oggi chi ha più di 23 anni rischia d’essere considerato vecchio.

«E’ vero e me ne dispiace. Per me sono una risorsa, una sorta di direttore sportivo all’interno del gruppo. Sono giovani ma allo stesso tempo esperti e possono insegnare ai più giovani alcuni trucchi del mestiere: come muoversi in gruppo, quando tirare e quando prendere fiato, come distrarsi da un periodo difficile. A noi quest’anno è mancata una figura del genere».

E il miglior Nencini, che si è visto soltanto a sprazzi.

«Un corridore di classe che deve trovare continuità. Io ho sbagliato a portarlo al Giro: dovevo essere più severo e non convocarlo, visto che per molti motivi non tutti imputabili a lui in quel periodo non stava rendendo bene. Invece l’ho convocato, lui si è ritirato all’inizio della 9ª tappa e per riprendersi da quelle fatiche c’ha messo dei mesi».

Vale il professionismo?

«Ha talento e stoffa, l’ho già detto in più d’una occasione, ma deve rafforzarsi mentalmente: abbattersi il meno possibile, credere sempre nelle persone che lo circondano e lavorano per lui e non smettere mai di poter pensare di far parte del professionismo. Banale ricordarlo, lo so, ma la testa non conta meno del corpo: devono andare di comune accordo».

Sarà uno dei leader per la prossima stagione?

«Assolutamente sì. Avremo una squadra nuovamente composta da atleti piuttosto veloci: abbiamo preso anche Pencedano e Quartucci, per fare un esempio. Ci manca lo scalatore, ma in giro di liberi non ce n’erano tanti e quelli che c’erano non mi hanno convinto. E poi mi rendo conto che adesso siamo meno appetibili di altre formazioni. Se avessimo vinto di più…»