Il futuro di De Marchi: «Di smettere non se ne parla, ho ancora qualche obiettivo. Poi vorrei lavorare coi giovani»

De Marchi
Alessandro De Marchi con la maglia della nazionale italiana ai Mondiali di Lovanio
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Arrivato al termine della sua undicesima stagione tra i professionisti, Alessandro De Marchi non ha nessuna intenzione di appendere la bici al chiodo. Gli anni sono 35, gli acciacchi ultimamente non sono mancati, ma la passione e l’ambizione lo invitano a proseguire, ad inseguire quegli obiettivi alla sua portata che fino ad ora, per un motivo o per un altro, non è riuscito ad agguantare.

Le settimane recenti gli sono servite per mettere fieno in cascina: ha vinto la centesima edizione della Tre Valli Varesine battendo Formolo in volata dopo aver chiuso secondo al Giro di Toscana e undicesimo all’Emilia. La sua carriera non è agli sgoccioli, anzi.

Alessandro, ti aspettavi una parabola così longeva?

«Se ripenso a tanti anni fa, quand’ero ancora un dilettante, a volte facevo fatica ad immaginarmi professionista. E’ una consapevolezza venuta col tempo, impegnandomi molto e incontrando alcune persone che hanno creduto in me. Però, riflettendoci sopra, esasperato non lo sono mai stato».

E quest’anno, poco prima di compiere 35 anni, hai vestito per due giorni la maglia rosa. 

«Credo sia il riconoscimento più bello della mia carriera. Ho indossato un simbolo, ricorderò sempre con piacere quei momenti. Pochi giorni dopo, tuttavia, mi sono dovuto ritirare per una brutta caduta. Ecco, quello non mi è andato giù. Però il ciclismo è questo, un giorno sei in alto e quello successivo in basso». 

Allora dobbiamo aspettarci un tuo ritorno al Giro d’Italia?

«Perché no? Tornare mi piacerebbe molto, l’obiettivo principale della mia carriera a questo punto diventa vincere almeno una tappa al Giro e al Tour, così da poter rientrare nel ristretto novero dei corridori capaci di conquistare una frazione nei tre grandi Giri. Per parlare di calendario, tuttavia, è davvero troppo presto».

Ti senti stanco? Hai bisogno di recuperare?

«Da una parte sento di dover staccare la spina, non del tutto ma quantomeno parzialmente sì. Le ultime settimane sono state molto intense, tra gli appuntamenti del calendario italiano e la nascita del mio secondogenito Giovanni, e quindi passare un po’ di tempo a casa con la mia famiglia e senza troppo ciclismo non mi dispiacerebbe». 

Però?

«Però allo stesso tempo negli ultimi due anni sento d’aver corso troppo poco. Io, per entrare in forma, ho bisogno di tanti chilometri e di molte corse. Non è un caso che in carriera abbia vinto tre tappe alla Vuelta, un Giro dell’Emilia e una Tre Valli Varesine, tutte gare che si tengono nella seconda parte di stagione. Dal prossimo anno vorrei tornare a correre di più».

Parli di futuro come se non avessi 35 anni. Al ritiro non pensi, vero?

«Sinceramente no. Al netto di qualche caduta di troppo, mi sento integro e credo d’avere ancora qualche colpo in canna. Sono passato professionista con qualche anno di ritardo rispetto a tanti colleghi, il mio corpo non è logorato. Allenarmi, correre e provare a vincere continua a piacermi».

Ma alla tua vita dopo il ritiro penserei di tanto in tanto, no?

«Sì, questo sì. Credo sia normale, mano a mano che passano gli anni».

E in quale ruolo t’immagini?

«Allora, devo dire che le gare di gravel che stanno prendendo spazio ultimamente non mi dispiacciono. Intendo quelle lunghe ed estreme, vedo che molti corridori americani già le frequentano con successo. E poi mi piacerebbe lavorare coi giovani».

Magari col Cycling Team Friuli.

«Con quell’ambiente ho un rapporto speciale, sarebbe bello fare qualcosa insieme a loro. Fare il direttore sportivo mi piacerebbe, credo che potrebbe essere nelle mie corde, ma solo a patto di farlo coi giovani. L’idea di misurarmi nelle ammiraglie del World Tour, ora come ora, non mi interessa».

In cosa sono diversi i giovani di oggi dall’Alessandro De Marchi di quindici anni fa?

«Sono sicuramente più preparati, pronti e probabilmente anche più forti. Ma allo stesso tempo sono più esasperati, più ansiosi, meno pazienti. Io sulla pazienza e sulla resistenza ci ho costruito una carriera che mi pare buona, loro purtroppo questi valori li reputano vecchi e inutili: il mondo di cui fanno parte chiede altro, devono essere svelti, scaltri e sbagliare il meno possibile. Se questa strada è giusta o pericolosa ce lo dirà soltanto il tempo».

Credi che i direttori sportivi possano fare qualcosa, da questo punto di vista?

«Io credo di sì, quella figura per me è fondamentale, specialmente per un ragazzo di vent’anni. Dare la colpa al movimento e alla tecnologia non mi sa di niente, sono quelle espressioni generiche che si usano quando non si sa cosa dire o non ci si vuole assumere una responsabilità. Se ogni direttore sportivo si assumesse le proprie e lavorasse per il bene dei giovani, secondo me tanti problemi del ciclismo contemporaneo non ci sarebbero».

A proposito di responsabilità, Alessandro: come stanno tua moglie e il tuo secondogenito Giovanni?

«Bene, fortunatamente. Ci aspetta un inverno di recupero e d’intimità. Non prevedo vacanze, ma la cosa non mi dispiace. Ci sarà tempo e modo, adesso le mie e le nostre priorità sono altre».