Tutta la grinta di Gabriele Petrelli: «L’ultima cosa di cui ho paura è di prendere vento in faccia»

Petrelli
Gabriele Petrelli del Cycling Team Friuli al Giro d'Italia U23
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«Ultima tappa della Okolo Slovenska, il Giro di Slovacchia. Vento, maltempo e strappi, una giornata da lupi dopo quattro frazioni non semplici. La BORA-hansgrohe prende in mano la situazione, Oss forza il ritmo e il gruppo si spezza. In testa alla corsa ci saranno sì e no una ventina di corridori: Sagan, Felline, Konychev, Lutsenko, Pozzovivo, Bodnar. E io, Gabriele Petrelli del Cycling Team Friuli, che chiudo al tredicesimo posto. Fino a tre anni fa faticavo a considerarmi un dilettante, adesso nelle giornate migliori riesco a rimanere insieme a chi vince al Tour de France».

All’inizio dell’anno Renzo Boscolo diceva che Pietrobon e Petrelli sarebbero stati i prossimi corridori del Cycling Team Friuli a passare professionisti. Il primo pare esserci riuscito. E tu?

«Ancora no, ma l’obiettivo è sempre stato quello di completare i quattro anni da dilettante. Questo è il terzo, quindi la stagione buona per passare professionista dovrebbe essere la prossima. E’ il mio obiettivo e sinceramente mi sento pronto». 

E’ stato il 2021 l’anno in cui hai preso consapevolezza?

«Sicuramente questa è stata la miglior stagione della mia giovane carriera, anche se non ho vinto ho trovato costanza e un buon ritmo. Per il resto, direi che è stato un processo: al primo anno tra gli Under 23 non pensavo al professionismo, adesso invece credo di poterne far parte».

Quali sono state le tappe di questo processo?

«Alla prima stagione tra i dilettanti andavo ancora alle superiori, ad esempio. Studiavo elettronica vicino a casa, a Calderara di Reno, mi piaceva e fino a quel momento avevo sempre dato più importanza alla scuola che al ciclismo: non si può mai sapere, un diploma è sempre bene averlo». 

Poi?

«E poi la scuola è finita, io ho iniziato ad essere più libero e la mia testa più sgombra. E così mi sono concentrato unicamente sul ciclismo. Ogni tanto mi capita di pensare all’università, ma io sono uno di quelli che non ama prendere troppi impegni: meglio uno, ma portato avanti come si deve. Il resto lo ha fatto il Cycling Team Friuli.

Una realtà unica del movimento dilettantistico italiano.

«Non so come funzionano le altre squadre, ma di certo al Friuli non manca niente. Intanto l’approccio: professionale e meticoloso, ma non asfissiante. Nessuno mi ha mai rinfacciato l’aver dato la precedenza alla scuola, tanto per dirne una. Sono stato compreso, aiutato e aspettato. Oltre che un corridore migliore, con loro sento di essere diventato anche una persona migliore».

Qual è la vostra mentalità?

«E’ molto semplice: che c’è sempre qualcosa da migliorare, soprattutto nei dettagli e nelle pieghe. Negli ultimi tre anni ho capito come si fa stretching, cosa significa respirare in maniera efficiente, quali esercizi fare in palestra. La somma di tanti piccoli miglioramenti può fare tutta la differenza del mondo. Senza dimenticare il Ctf Lab, la struttura alla quale ci appoggiamo, fondamentale per la nostra preparazione e posizione in sella».

Una squadra che soltanto raramente punta sui cosiddetti predestinati.

«Credo sia uno dei loro punti di forza. Sanno guardare al di là dei risultati, valutano attentamente la prestazione e l’atleta, non tralasciano l’aspetto umano e non si dimenticano di nessuno, cercando di seguire ogni ragazzo come merita. Io stesso non sono mica un fuoriclasse, però grazie ad una serie di fattori adesso posso ambire al professionismo». 

Di quale risultato stagionale sei più fiero?

«In generale diciamo di quello che ho saputo fare negli ultimi due mesi. Ho corso tanto e mi sono messo in mostra. Anche in appuntamenti internazionali: in Polonia, al Giro del Friuli, in Slovacchia, in Croazia. E’ come se avessi riscattato il Giro d’Italia: lo avevo preparato con cura, poi nella prima tappa sono caduto e ho dovuto stringere i denti. Ad agosto, invece, mi ha bloccato un tampone positivo. Ecco perché sono soddisfatto di quello che è venuto ultimamente».

Alla Carpathian Race, tuttavia, un malinteso tra e Miholjevic ha impedito a lui di vincere la classifica generale. Cos’è successo?

«Anche noi all’inizio pensavamo d’aver buttato via la corsa, ma non è andata così. Fran era all’attacco in solitaria, noi del gruppo lo abbiamo ripreso praticamente sull’arrivo e io a quel punto mi sono buttato in volata, chiudendo 2°. Dopo il traguardo piangevo, credevo d’avergli fregato l’abbuono che gli sarebbe servito per la generale, avendo lui chiuso 4° di tappa. Facendo meglio i calcoli, invece, abbiamo capito che per trionfare Fran doveva soltanto vincere».

Dai il tuo meglio in salita, ma ti piazzi spesso e volentieri nelle giornate più nervose. Come potremmo definirti?

«Non saprei, dico sul serio. Le mie corse preferite sono quelle a tappe, possibilmente di tre settimane, infatti sogno di partecipare al Giro e al Tour. Però una definizione netta non c’è: non direi scalatore, perché non sono soltanto quello; come non direi assolutamente velocista soltanto perché a volte mi sono piazzato in giornate altimetricamente più semplici. Io una definizione ce l’ho, anche se non è molto tecnica…»

Quale sarebbe?

«Un lottatore, un generoso, un combattente. Come De Gendt e De Marchi, che guarda caso è passato proprio dal Cycling Team Friuli. Corridori che amano attaccare, che non hanno paura della fatica, anzi, che se la vanno a cercare. E quando non sono in fuga, li trovi in testa al gruppo a tirare per i capitani. Nel mio piccolo mi sento uno di loro: prendere il vento in faccia è l’ultima delle mie paure».

Ti viene in mente una volta in cui hai detto: se avessi attaccato una volta in meno sarebbe stato meglio?

«Almeno per ora no, mai. Anzi, è successo il contrario: mi sono pentito di non averci provato una volta in più. E’ il mio stile, il mio marchio di fabbrica, l’unico modo di correre che conosco. Se io non vado all’attacco, va a finire che sbaglio e commetto qualche errore. Non si attacca mai abbastanza, insomma». 

Quale ruolo credi di poter ricoprire in una squadra professionistica?

«Quello dell’uomo di fatica, che può voler dire lavorare in testa al gruppo come cercare gloria personale andando in fuga. Sono un bravo ragazzo, educato e tranquillo, ma questo non vuol dire che non sia un combattente. Non mollo mai, il Giro l’ho finito con quattro punti sul gomito, non appena mi sono ripreso dalla caduta sono andato in fuga per quattro tappe consecutive».

Credi che questo modo di vivere il ciclismo sia troppo esigente?

«E’ difficile rispondere in maniera oggettiva. Ti direi di no. Per me il ciclismo è sempre stato una passione e un divertimento. Fin dall’inizio, da quando andavo in su e in giù nel cortile di casa e i miei genitori pensarono bene di iscrivermi ad una scuola di ciclismo. Io la Roubaix di Colbrelli l’ho vista e mi ha emozionato, ma più che guardare io amo pedalare. Non riesco a pensare ad una vita senza bicicletta». 

Quanto sono stati importanti i tuoi genitori?

«Sono stati fondamentali. Posso solo ringraziarli, sia per i sacrifici che hanno fatto seguendomi e accompagnandomi, sia per la pazienza e l’amore che mi hanno dimostrato. Mio padre, che da trent’anni fa il fioraio in paese, pedalava ma non a livello agonistico. Io sono stato il primo della famiglia a farlo. All’inizio erano scettici, poi hanno capito quanto fosse importante per me».

Riesci, di tanto in tanto, ad aiutarlo?

«Sì, capita. Il mio tempo libero non lo dedico ad attività precise: passo in negozio, aiuto mio padre, cerco di riposarmi e di passare del tempo coi miei amici. Quest’anno ho fatto ben otto corse a tappe, una buona metà all’estero, a casa ci sono stato poco. Una vita semplice mi permette di recuperare».

Perché la tua attività principale rimane il ciclismo.

«Senza ombra di dubbio. Voglio diventare un ciclista professionista e farò di tutto per riuscirci. Mosso soprattutto da passione e divertimento, questo ci tengo a precisarlo. Fondamentalmente sono ancora quel bambino che andava in su e in giù nel cortile di casa».