Filippo Magli, il riflessivo: «Voglio passare professionista e imparare ad attaccare di più, come faceva Bettini»

Magli
Filippo Maglia della Mastromarco in azione
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Filippo Magli va in bicicletta perché non potrebbe essere altrimenti: la sua famiglia è appassionata di ciclismo da qualche generazione e lui ci si è ritrovato in mezzo, non mettendo mai in discussione niente, com’è giusto fare con quelle che si possono definire passioni. 

«Ad un certo punto della mia vita, mi pare fosse tra gli esordienti, ho avuto mio babbo come direttore sportivo e mio nonno come dirigente della società. Non a caso ho sempre cercato ambienti familiari, sereni, in Toscana si direbbe alla mano».

Come la Mastromarco, giusto Filippo?

«E’ l’esempio perfetto. Io sono al quarto anno tra i dilettanti e ho fatto tutta la trafila qui, alla Mastromarco. Vuol dire che mi sono trovato bene e che la squadra si è trovata bene con me». 

Cosa c’è di particolare alla Mastromarco?

«Posso dirti quello che vedo io, poi se è particolare o meno non saprei, le altre realtà le conosco solo per sentito dire. Mastromarco è un ambiente piccolo e tranquillo, ma professionale e appassionato di ciclismo. Questi fattori, per me, fanno tutta la differenza del mondo».

E poi ci sono due figure esperte come Gabriele Balducci e Carlo Franceschi.

«Senza di loro non esisterebbe la Mastromarco. Il mio rapporto con Gabriele va oltre il ciclismo, è uno dei pochi che sa farmi ragionare, ci confrontiamo spesso sulla vita privata e su alcuni miei problemi e pensieri che col ciclismo non hanno nulla a che fare». 

Credi sia giusto che un corridore e il proprio direttore sportivo siano amici?

«Sinceramente non ci penso. So che abbiamo un bel rapporto e mi limito a viverlo, basta. Ho sempre avuto bisogno di una figura che mi seguisse costantemente e con Balducci l’ho trovata. Lui non lo fa solo con me, ma con tutti i miei compagni». 

Come vi siete conosciuti?

«Prima che passassi juniores, fu allora che ci mettemmo d’accordo: se tutto fosse andato bene, da dilettante sarei andato alla Mastromarco. Non mi pareva vero e alla fine è successo».

La squadra in cui sono cresciuti Nibali, Caruso, Bettiol, Conti.

«Un bel biglietto da visita, tante volte mi sono detto: se ce l’hanno fatta loro, posso farcela anch’io. Altre, invece, ho pensato: però non sono mica Nibali, io. Insomma, mettila come vuoi, Mastromarco è un bell’ambiente e io credo d’essere sufficientemente maturo per passare professionista».

Filippo Maglia della Mastromarco in azione nel 2021. Sarà stagista con la Bardiani

Intanto hai fatto qualche gara da stagista con la Bardiani.

«Una bella opportunità, ringrazio ovviamente la Mastromarco e la famiglia Reverberi, investire su un giovane non è mai scontato. Sono andato in fuga alla Sabatini e al Pantani, mi sono divertito e mi sono messo in mostra, senza dimenticare che ho partecipato anche al Giro della Toscana».

Passerai professionista con loro?

«Ancora non lo so, però spero tanto di sì. L’ambiente mi piace e io, come ti dicevo, credo di poter stare tra i professionisti. Questo non significa che sia già pronto per vincere le classiche o i grandi giri. Anche perché, a dirla tutta, non so ancora che corridore sono…»

Piuttosto veloce, no?

«Sì, senz’altro veloce, però mi difendo anche in salita. Faccio davvero fatica a predire il mio futuro, da questo punto di vista. Di una cosa, però, sono sicuro: che attacco troppo poco, che penso troppo, che dovrei smetterla di arrovellarmi intorno a certi discorsi e seguire di più l’istinto. Come faceva Paolo Bettini».

E’ il corridore al quale ti ispiri?

«Sì, di gran lunga il mio preferito, anche se in bicicletta io sono il contrario. Ne parlo spesso con Balducci, ci sono dei momenti in cui non bisogna chiedersi il senso delle cose, ma soltanto provare a metterle in pratica. Bettini era emblematico: attaccava, da solo rovinava i piani di mezzo gruppo. Ecco, se riuscissi almeno parzialmente a cambiare la mia mentalità, mi divertirei ancora di più».

Però qualche gara l’hai sempre vinta.

«Sì, diciamo che i risultati non mi sono mai mancati, però non mi definirei un vincente per come solitamente s’intende questa parola. Mi sembra di aver avuto un buon percorso di crescita, i risultati sono sempre andati di pari passo con la maturazione». 

A proposito di maturazione, Marino Amadori ti aveva preso in considerazione per la prova in linea degli ultimi mondiali. Qual è stata la tua reazione?

«Soddisfatto di questa sua attenzione, ma deluso di non essere stato poi ufficialmente convocato. Mi è dispiaciuto, vedere l’Italia vincere da casa mi ha fatto piacere, però mi sono detto che avrei potuto essere lì e invece non c’ero. Non do colpe a nessuno, la nostra nazionale si è dimostrata forte e con Amadori ho sempre avuto un bel rapporto. Dico soltanto che mi è dispiaciuto». 

Le classiche belghe e francesi ti piacciono?

«Moltissimo, sono le mie corse preferite insieme al Giro d’Italia. Per questo ho detto che non partecipare al mondiale mi è dispiaciuto: tra l’importanza dell’evento e l’atmosfera che si respirava, esserci sarebbe stato un piacere e un onore. Se potrò rifarmi tra i professionisti? Me lo auguro, è il solo obiettivo che ho in testa».