A proposito di Cassani promotore di una squadra WorldTour tutta italiana. Stanga: «Meglio fare una buona Professional»

Stanga
Gianluigi Stanga in una foto d'archivio alla Milano-Sanremo
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Gianluigi Stanga è stato uno dei manager del ciclismo italiano più apprezzati. Ha vissuto gli anni più belli e vincenti di Gianni Bugno ed ha portato sponsor di prima grandezza nel ciclismo. Oggi l’Italia accusa il peso della mancanza di una formazione WorldTour.

Ci ha lavorato a lungo Roberto Amadio, cedendo infine alle lusinghe del presidente federale Dagnoni ed abbandonando quel progetto. Ora si dice che potrebbe essere Davide Cassani a cimentarsi nella difficile impresa. Chiediamo a Stanga, alla luce della sua esperienza, come si possa coronare questo traguardo.

«Il ciclismo di oggi – racconta – ha raggiunto una dimensione tale che pensare di partire subito con una squadra ProTour è molto molto difficile. Per essere realisti bisogna trovare uno sponsor che ti metta a disposizione almeno quindici milioni all’anno per almeno tre anni. Bisogna considerare che una squadra di medio livello conta poco meno di cento dipendenti tra corridori e personale. Non si parla più di una squadra di ciclismo, ma di una vera e propria azienda di medio livello, tendente all’alto».

Un sogno proibito?

«No, certamente in Italia qualche sponsor istituzionale di alto livello si può trovare, ma non è così semplice».

Per rendere il progetto più realizzabile?

«Bisogna avere la forza di partire da più in basso. Fare una squadra Professional, così come ha fatto l’Alpecin, e crescere. Ma anche così bisogna partire da un budget che oscilla intorno ai dieci milioni».

Che sono sempre tanti…

«Purtroppo l’Uci ha gonfiato il movimento al di là di ogni ragionevole limite e non è un caso che molte squadre si appoggino a Stati o comunque ad aziende motivate da interventi statali. Credo che questo sia un grosso limite che è stato messo al movimento perché apre le porte a soggetti estranei alla storia di questo sport ed impedisce quelle iniziative che renderebbero il movimento più dinamico. Oggi una squadra WorldTour è costretta ad una doppia o addirittura tripla attività impedendo ai tecnici di seguire i corridori come necessario: se invece ci fossero tre squadre tutto funzionerebbe meglio e sarebbe più alla portata del movimento».

Ci vogliono sponsor multinazionali…

«Sì, i budget sono molto molto elevati. E mi domando anche se la gestione del calendario tiene conto delle loro necessità perché un’attività così frantumata rende molto difficile la comunicazione e la conoscenza così, alla fine, il pubblico può disaffezionarsi ed il vero capitale del nostri sport son o proprio i tifosi che meriterebbero più attenzione».

Persi gli sponsor nazionali?

«Sì, ma anche qui l’Uci ha delle gravi responsabilità. In nome della globalizzazione hanno massacrato i calendari nazionali e la gente ha perso il contatto con i suoi beniamini. Non è facile seguire corridori che oggi corrono in Australia, domani in Malesia, e poi in Argentina».

Fare una squadra WorldTour in Italia resta dunque un sogno proibito?

«Non mi sembra che il problema sia solo italiano. In Francia più di una squadra ha preferito tornare alla categoria Professional. In altri Paesi si cercano fusioni. In altri ancora si cerca l’aiuto dello Stato. Penso che l’Uci non possa ignorare la questione. Quanto all’Italia sono convinto che invece di inseguire progetti molto difficili, costruire delle ottime Professional possa essere già una buona cosa evitando di disperdere il nostro capitale umano in giro per il mondo»