Lucca: «A 24 anni mi considerano vecchio. Ma io non mollo, voglio passare professionista»

Memorial Mantovani
Riccardo Lucca alza le braccia al cielo sul traguardo del Memorial Mantovani (foto: Scanferla)
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Si può essere considerati vecchi a 24 anni? Evidentemente sì, specialmente nello sport odierno, nel quale più di ogni altra cosa sembra importante battere ogni record di precocità. Il ciclismo non fa eccezione, anzi, è proprio uno di quei mondi in cui questa tendenza si fa più marcata. Se ne è accorto Riccardo Lucca della General Store, uno dei corridori più solidi e vincenti del dilettantismo italiano. Con una colpa, però: quella di avere 24 anni. Sarebbe bello se fosse assurdo, ma purtroppo non lo è.

Andiamo con ordine, Riccardo. Tu sei nato il 24 febbraio 1997. Da quanto tempo pedali?

«Praticamente da quasi vent’anni, ho iniziato che ne avevo sei. All’inizio giocavo anche a calcio, poi l’ho abbandonato e mi sono dedicato soltanto al ciclismo».

C’era un motivo preciso?

«No, molto semplicemente portare avanti entrambe le attività era diventato troppo impegnativo. Dovendo scegliere, non ho avuto dubbi sul ciclismo. E’ lo sport di famiglia, anche i miei genitori pedalano da una vita».

Il calcio lo segui ancora?

«Per niente, non mi piace nemmeno. Chissà perché all’epoca lo scelsi: forse per curiosità, per passare del tempo coi miei coetanei. Se ci ripenso, mi viene da sorridere».

Torniamo al ciclismo, Riccardo. Definirti passista-scalatore è corretto?

«E’ la più adatta, considerando che sono sopra il metro e ottanta e peso poco più di settanta chili. Prediligo le salite lunghe con pendenze costanti, ancora meglio se affrontate ad un ritmo sostenuto. Certo, in tratti a doppia cifra e contro uno scalatore che pesa venti chili meno di me potrei avere dei seri problemi».

Ma la tua robustezza di permette di brillare anche su altri terreni. Al Memorial Mantovani di quest’anno, ad esempio, hai vinto sfruttando il vento e anticipando i velocisti.

«Sì, non a caso una delle mie corse preferite è la Parigi-Roubaix e due dei campioni che ho ammirato e ammiro di più sono Sagan e Cancellara, che tra pianura e pavé hanno costruito buona parte del loro palmarès. Ormai ho 24 anni e qualche successo l’ho sempre portato a casa. So come muovermi».

E allora la domanda sorge spontanea: perché tu, ma ci metto anche il tuo compagno Cristian Rocchetta, non riuscite a passare professionisti? Giorgo Furlan, il vostro diesse, non si dà pace.

«Io mi sono fatto un’idea, che è molto semplice: nel ciclismo di oggi a 24 anni non si è più giovani. Di più, se a 24 anni un corridore non è ancora professionista è praticamente fuori tempo massimo. Per la categoria di cui faccio parte, io sono vecchio. E’ triste, ma è la realtà».

Mentre invece tanti juniores passano professionisti senza problemi.

«Comincio a pensare che la categoria decisiva ormai sia quella. E’ molto più probabile che a fare il salto siano gli juniores e i dilettanti al primo biennio, piuttosto che atleti più esperti come me. Però ogni situazione ha i suoi vantaggi e i suoi svantaggi».

Quali?

«Intanto farei una distinzione tra chi passa nel WorldTour e chi, invece, tra le Professional. Mi spiego: nel primo caso un giovane che si rende conto d’aver fatto il passo troppo lungo può sempre farne uno indietro passando, appunto, in una Professional; nel secondo caso, invece, tornare indietro signifca rientrare nel circuito dilettantistico».

Perché così tanti juniores vengono preferiti ad atleti più maturi come te?

«Forse per un discorso di prospettiva, anche se vincere a 18 anni conta fino ad un certo punto. E poi per essere un talento non basta essere giovane. Credo, poi, che si dia troppa poca importanza alla solidità e all’esperienza: le corse non le vincono soltanto i predestinati».

Cosa senti di avere in più rispetto ad altri ragazzi più giovani di te?

«Faccio un esempio molto semplice: durante la prima quarantena ho frequentato i corsi che ha messo a disposizione la Federazione, arrivando al terzo livello. Cosa vuol dire? Che ormai mi conosco e conosco abbastanza bene il ciclismo, so prepararmi anche autonomamente. Un ragazzo che a 18 anni passa professionista può dire altrettanto?»

Come vivi questa situazione?

«Cerco di non pensarci e di non piangermi addosso, altrimenti è finita. I miei risultati lo dimostrano, anche quest’anno fino ad ora ho vinto tre gare, una di queste è l’Alcide De Gasperi, un bel banco di prova. Bisogna credere in se stessi e nei propri mezzi e nella bontà di quello che si fa».

E non smettere mai di sperare che qualcuno bussi alla porta.

«Assolutamente no, se uno ha un sogno deve inseguirlo finché può, anche a costo di passare per ingenuo. Io credo di meritare una chance tra i professionisti e farò di tutto per strapparla. Consapevole, ovviamente, che una volta di là sarà ancora più difficile».

A cosa ti riferisci, nello specifico?

«Che il professionismo è sostanzialmente il mondo del lavoro a tempo determinato. Tutti sanno che l’avventura dura un certo numero di anni, se qualcosa va storto magari soltanto una manciata. Tra i dilettanti c’è più tranquillità e familiarità, nella massima categoria servono i risultati. E bisogna saper provvedere a se stessi».