AMARCORD/61 Cipollini porta il tricolore al Tour e guarda alle Olimpiadi: ma ad Atlanta reciterà da comparsa

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Giudicato spesso un disincantato cacciatore di bottino, Mario Cipollini era in realtà affascinato dai simboli del ciclismo, in primo luogo le maglie. In carriera, le più importanti le ha indossate tutte: gialla, rosa, iridata. Nel 1996, dopo aver razziato il Giro d’Italia (4 vittorie di tappa), centrò anche il colpo tricolore.

Sul circuito di Monteveglio, tutt’altro che severo, il ventinovenne Supermario beneficiò dell’imponente scorta della sua Saeco, in corsa quel giorno con 18 uomini. Uno dei pochi a tentare di sfuggire alla morsa della “guardia rossa” fu Maurizio Fondriest, che attaccò nel finale, mentre il campione in carica Bugno remava alla deriva con sei minuti di ritardo.

La volata però non fu priva di pathos: Martinello fu come al solito l’ultimo vagone del treno Saeco, ma quando scattò Baldato, Cipollini fu costretto ad uscire allo scoperto in anticipo, portandosi a ruota Traversoni e Leoni. I quali dettero l’impressione per un attimo di poter fare il gran colpo, prima di arrendersi al campione. 

Al Tour toccata e fuga: subito una tappa, poi la febbre e l’abbandono

Per Cipollini, la fermata successiva era il Tour de France, che aveva già corso tre volte, mettendo insieme altrettante vittorie di tappa e due giorni in maglia gialla. A Parigi non era mai arrivato (e non sarebbe mai arrivato in futuro) preferendo il riposo balneare al massacro delle grandi montagne. 

Quell’anno, però, il motivo per abbandonare anzitempo il Tour non aveva nulla a che vedere con le spiagge della Versilia: Mario aveva in testa la prova in linea delle Olimpiadi di Atlanta, in programma solo dieci giorni dopo la fine della corsa francese. «Cercherò di arrivare alla fine solo se sarò in ballo per la maglia verde, altrimenti potrebbe essere meglio prendersi qualche giorno di stacco», disse.

Cipollini si tolse il peso della vittoria già al terzo giorno, dopo un volatone sull’interminabile rettilineo di Wasquehal. E non ebbe troppo tempo per riflettere sul futuro, perché un paio di giorni, colpito da febbre e dissenteria, fu costretto ad abbandonare. 

Quanto alle Olimpiadi, le cose andarono malissimo: l’evasione di una dozzina di corridori, tra cui il vincitore Richard, fu l’episodio decisivo. La resa del gruppo intrappolò le ambizioni del Re Leone, alla fine ottantaduesimo.