Massini: «Bartoli, Guidi, Nocentini: quanto mi sono divertito coi miei talenti»

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Marcello Massini in una foto d'archivio al GP Mercatale 1998
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Se Marcello Massini si guarda indietro, vede tantissimo ciclismo. Da quando è nato nel 1942, infatti, così si è guadagnato popolarità e prestigio: prima pedalando (ma senza particolari acuti, d’altronde i suoi rivali toscani erano Poggiali e Bitossi), poi dirigendo i giovani mentre pedalavano. Al ciclismo Massini si avvicinò come folgorato, anche se l’ambiente intorno a lui gli suggeriva tutt’altro: suo padre teneva in piedi la famiglia andando in giro a vendere legna con un cavallo e un barroccio, dunque un figlio che pensava a vincere le corse era soltanto una perdita di tempo.

Erano altri tempi, Marcello.

«Me li ricordo come se fosse passato un quarto d’ora: mio zio che guidava la Vespa e io dietro, con una mano aggrappato a lui e con l’altra attento a non far cadere la bici che avevo in spalla».

Prova nostalgia?

«Inevitabilmente, sono ricordi a cui tengo molto. E il prossimo anno ne compio 80, con tutto quello che questo comporta. Fermo non sto mai, comunque: porto avanti l’orto, mi godo la famiglia, vado ancora a vedere le corse. Il ciclismo è stata la mia vita fino alla fine del 2019, quando ho parcheggiato definitivamente l’ammiraglia: come posso rinunciarvi all’improvviso?»

Cosa la spinge ad andare sulla strada?

«Da una parte la passione, dall’altra il comportamento dei giovani subito dopo aver finito la gara».

Perché, cosa fanno?

«Siccome sono soffocati di responsabilità che non gli appartengono, sono costretti ad inventare delle scuse per giustificarsi di fronte ai genitori e ai direttori sportivi. E se ne inventano di assurde, con l’enfasi e l’immaginazione che solo un ragazzo può avere. Di quei momenti mi piace la loro fragilità e la loro umanità. Ma non manca nemmeno una punta di tristezza, non lo nego».

Cosa non va, secondo lei?

«La lista è lunga, proviamoci. Di talenti ce ne sono pochi, quindi perché far credere a così tanti ragazzi che possono diventare dei campioni, che per riuscirci basta crederci? Magari alcuni di loro il corridore non vogliono nemmeno più farlo, ma si trascinano avanti per non dare dispiacere alla famiglia o alla squadra, che spesso e volentieri li illudono troppo».

Ma un po’ d’illusione ci vuole, altrimenti come si può inseguire un sogno?

«Hai detto bene, ce ne vuole un po’, una dose giusta e non esagerata. Il fatto che abbiamo un sogno, poi, non significa che questo si realizzerà per forza. E’ dura da accettare, lo capisco, io per primo volevo diventare un campione e invece mi sono accorto d’essere un discreto dilettante e nulla più».

E’ allora che ha maturato l’idea di diventare direttore sportivo?

«No, perlomeno non subito. L’opportunità si è creata nel 1971 e fino al termine del 1981 ho fatto tutta la trafila delle categorie giovanili. Al dilettantismo sono arrivato nel 1982 e non me ne sarei più andato. Divo Confezioni, Magniflex, Grassi-Mapei: quante soddisfazioni…»

Qual è la più grande?

«Sulla più prestigiosa credo non ci siano dubbi: il Giro d’Italia del 1995 vinto con Di Grande».

Uno dei tanti talenti che anche grazie a lei sono diventati dei ciclisti professionisti. Quali altri le vengono in mente?

«Chiedo scusa in anticipo a tutti quelli che dimenticherò: nel corso degli anni ho avuto Lelli, Tafi, Bartoli, Bettini, Guidi, Bennati, Nocentini, Selvaggi, Bettiol. E anche tra quelli che adesso non mi vengono in mente ci sono tantissimi toscani. Non è un caso, a me tra il serio e il faceto piace dire che oggi il ciclismo italiano è in difficoltà perché ci sono pochi toscani in gruppo».

E poi? Quali sono gli altri motivi?

«Non ce n’è uno solo, è una somma di tanti fattori e su alcuni nessuno può esercitare un potere concreto. Non ultimo, il fatto che se a cambiare è il mondo in cui viviamo di conseguenza cambia anche tutto il resto. Ciclismo compreso, si capisce. Come quando mi viene chiesto quale ciclismo preferisco, se quello di una volta o quello di oggi».

Lei cosa risponde?

«Che è normale che mi piaccia di più quello di una volta: perché c’era più fermento e passione, perché io nel mio piccolo ne ho fatto parte in prima persona, perché era un mondo che si stava espandendo. Ma niente può crescere all’infinito, prima o poi tutto si ferma e inizia a decrescere o invecchiare. All’uomo succede la stessa cosa, no?»

Quindi il ciclismo vivrà anni difficili?

«Non spetta a me dirlo, ma io in Italia non vedo la stessa passione di trenta o quarant’anni fa. Forse ci sono più persone che usano la bicicletta per andare a lavoro o a scuola, può darsi. Ma non mi venite a dire che il ciclismo italiano inteso come sport sta meglio di prima. Non lo accetto perché avendone fatto parte ho un armadio pieno di ricordi e di testimonianze».

Ad esempio?

«Ad esempio i presidenti e gli sponsor coi quali ho lavorato, Magniflex prima e la Grassi-Mapei poi. Industriali ricchi, potenti e pieni d’impegni che trovavano il tempo di parlare coi ragazzi, di venire alle corse e persino di fare qualche lacrima, se a vincere era uno dei loro. Li ho visti coi miei occhi».

Squinzi era uno di questi?

«Forse era il primo. Quando portai Alberati, Di Grande e Nocentini a firmare per la Mapei, Squinzi volle parlare con loro del più e del meno per un paio d’ore. I soldi ci volevano anche prima, il ciclismo non si fa per beneficienza, ma quanta passione c’era. Io non riesco ad immaginare un amministratore delegato, un manager d’azienda o uno sceicco così tanto coinvolto».

E lei perché era così coinvolto? Perché ha fatto per una vita il direttore sportivo?

«Perché mi sembrava d’essere utile ai ragazzi che ho avuto: con una dritta, con un consiglio, ascoltandoli e mettendo a disposizione la mia esperienza. Qualcosa penso d’essere riuscito a combinare: un anno alla Grassi-Mapei vincemmo oltre 40 corse, in sette anni più di 200. Oppure penso a Bettini: prima d’arrivare da noi vinceva un paio di volte all’anno, non era mica un fenomeno. Lo è diventato col tempo, grazie anche al nostro ambiente».

E’ lui il più forte che ha avuto?

«No, non me ne vogliano Bettini e gli altri, ma come Bartoli non c’era nessun altro. Posizione perfetta, vincente, combattivo. Come si dice in Toscana, la bicicletta gli andava da sé».

E degli altri cosa ricorda?

«Di Tafi l’esuberanza, di Bettini la voglia d’attaccare che da giovane gli è costate tante gare, di Bennati la superiorità con la quale pedalava in pianura. E il mio rimpianto più grande è Riccardo Biagini, un pistoiese, serio e talentuoso: le provai tutte, ancora oggi non riesco a capire perché nessuno l’abbia voluto».

Quanto è stato importante, per lei, essere marito e padre (di Romina e Davide, ndr) e non soltanto direttore sportivo?

«Ha fatto tutta la differenza del mondo. Vera, mia moglie, per anni e anni ha fatto da mamma a quei ragazzi che ospitavamo in casa: li ha messi a tavola, li ha visti crescere, li ha perfino aiutati e consolati quando avevano problemi di cuore con le fidanzate. Senza Vera e senza i miei due figli, Romina e Davide, non avrei saputo come fare. Insieme ci siamo divertiti tanto».

Si è divertito anche nel ciclismo?

«Soprattutto nel ciclismo. Quando hai a che fare con ragazzi di vent’anni e con trasferte di 300 chilometri, se non ti diverti come pensi di sopravvivere? Secondo me prima si divertivano di più anche i corridori. Pedalare è sempre stato faticoso e sempre lo sarà, per me la differenza la fanno tutti gli altri momenti. Alla sera in albergo, ad esempio, Fornaciari intratteneva tutti: si scherzava, si rideva, si pensava ad altro. Secondo me oggi succede raramente. Guardate quante manovre dopo il traguardo».

A cosa si riferisce?

«Dopo una corsa di sei ore, nell’ordine: spengono tutti i marchingegni, poi ci sono le interviste, i rulli e l’antidoping, poi alla sera in albergo si studiano i dati del giorno stesso e la tappa del giorno dopo. E poi le riunioni prima della partenza, gli impegni con gli sponsor, lo studio dei materiali, le sedute in galleria del vento. Faccio fatica a capire come un corridore, oggi, possa trarre divertimento da quello che fa e all’occorrenza staccare la spina».

Lo segue controvoglia, dunque?

«Non è il ciclismo dei miei sogni, ma me lo faccio andare bene: non riesco a farne a meno…»