GIRO D’ITALIA / Daniela Carta: ecco la bella storia della massaggiatrice di Moscon e dei ragazzi della Ineos Grenadier

Daniela Carta al Giro d’Italia massaggia Gianni Moscon e Salvatore Puccio (foto: David Powell)
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A poche ore dalla partenza del Giro d’Italia scopriamo chi è Daniela Carta, massaggiatrice del team britannico. Siamo andati a trovarla nella sua casa di Settimo San Pietro, in Sardegna. Ci ha raccontato della sua passione per il ciclismo e dell’atmosfera che si respira in casa Ineos.

Daniela Carta: la massaggiatrice della Ineos è pronta per un nuovo Giro d’Italia

La primavera è arrivata in Sardegna con la solita, amabile, delicata “prepotenza”: l’esplosione di colori e di profumi delizia la vista e rasserena l’animo, facendo quasi dimenticare le ansie di un periodo storico sciagurato. Dopo aver costeggiato l’infinito azzurro del litorale cagliaritano, facciamo rotta verso le verdi colline dell’hinterland, a Settimo San Pietro. La destinazione è una felice villetta dove veniamo accolti da due stupendi barboncini i cui nomi non suonano inosservati agli appassionati di ciclismo: Brad e Sky. È il preludio a un incontro che difficilmente ti aspetteresti di poter fare in una terra come la Sardegna, la quale, pur essendo popolata di appassionati delle due ruote, risente inevitabilmente della lontananza fisica dalle corse e dai protagonisti del mondo ciclistico.

La padrona di casa, Daniela, non tarda ad arrivare: il fisico atletico e lo sguardo brillante ci fanno intuire la sua estrema confidenza con lo sport quale stile di vita: vissuto, amato, praticato. La conferma arriva non appena ci accoglie nel suo seminterrato, dove sono collocate due Pinarello Dogma F10 targate “Sky”. Non è una sportiva qualsiasi Daniela Carta, né una delle tante cicliste della domenica: è una massaggiatrice del Team Ineos Grenadier. Sarda purosangue, costituisce una delle tante eccellenze assoldate da Dave Brailsford per conquistare l’Olimpo del ciclismo mondiale e per entrare nella storia di questo sport: una catena di successi basati, oltre che su tattiche di corsa e su innovative metodologie di allenamento e di nutrizione, anche sul contributo di professionisti che rappresentano il top nel settore, i quali, lo diciamo con una punta d’orgoglio, parlano anche italiano (e in questo caso sardo).

Il 2020 è stato un anno particolare per il Team Ineos: a far notizia non è stata soltanto l’ennesima conquista di una grande corsa a tappe – la scorsa edizione del Giro d’Italia – ma il modo in cui gli uomini di Brailsford hanno impostato e soprattutto gestito le competizioni di un’annata così particolare. È finita l’era dei grandi capitani? L’esclusione di Froome e Thomas dal Tour, la debacle di Bernal, e soprattutto le 7 vittorie di tappa al Giro d’Italia (oltre al successo finale di Gheoghegan Hart) ci hanno mostrato una Ineos dai tratti inediti, ben lontana dagli squadroni “a vocazione egemonica” cui eravamo abituati.

Cerchiamo di scoprirlo attraverso la voce di una delle persone che hanno potuto seguire dall’interno l’evoluzione del team inglese, a cominciare dall’epoca di Bradley Wiggins e giungendo oggi a prendersi cura, fra gli altri, anche dei quadricipiti del monumentale Filippo Ganna.

Daniela, raccontaci innanzitutto come sei arrivata a lavorare per una delle squadre più importanti del movimento ciclistico.

«La passione per il ciclismo è nata in famiglia, grazie a mio fratello Maurizio che correva. Ho corso anch’io a livello agonistico fino ai 17 anni, poi ho smesso, anche per le difficoltà che avrei dovuto affrontare per “fare il salto”, lasciando dunque l’isola. Ho lavorato poi per 18 anni nella Federazione ciclistica italiana, nella segreteria regionale sarda, occupandomi di ciclismo giovanile. Il lavoro di massaggiatrice è stato il naturale approdo della mia passione per lo sport, per il ciclismo e per i massaggi, coltivata fin dagli studi universitari in Scienze motorie. Ho iniziato in una piccola squadra, la Miche. Dalla Miche sono passata alla Tinkoff nel 2007, poi alla Katusha nel 2009. Il rapporto col Team Sky è nato nel 2011 prima solo part time e poi dal 2016 sono entrata nell’organico a tempo pieno».

Mi risulta che tu sia tra le poche donne fra i massaggiatori di team professionistici, giusto?

«Sì, non sono l’unica ma diciamo che sono una delle poche; è un ambiente ancora prevalentemente maschile. Per questa ragione sento di dover ringraziare delle persone che hanno creduto in me e hanno fatto sì che potessi approdare alla Tinkoff e continuare il percorso che mi ha portato oggi al Team Ineos Grenadier: si tratta di Claudio Lucchini, bus-driver al Team Ineos e che è diventato anche il mio compagno nella vita, di Omar Piscina e di Orlando Maini che per me è come un padre».

Che tipo di impatto e di ambiente hai trovato alla Sky dell’epoca, e oggi al Team Ineos? 

«È stato un ingresso graduale, all’inizio ero freelance, e non vivevo appieno la realtà della squadra come invece faccio ormai da 4 anni nel Team Ineos Grenadier. Questo andare per gradi mi ha consentito di entrare nello spirito e nella mentalità del team a piccoli passi. Certo, la prima cosa che balza all’occhio è che nulla viene lasciato al caso; si lavora su ogni minimo dettaglio. Ma la nostra più grande fortuna è il nostro team manager, Dave: non ho timore a dirlo, è il primo e unico vero grande “motivatore” che io abbia incontrato nella mia vita. È una persona in grado di tenerci uniti, di darci continuamente stimoli. Penso che la grandezza di questa squadra sia dovuta in gran parte alla capacità di Dave di farci dare il massimo, a tutti noi, dai corridori allo staff». 

Pensi si possa parlare di “mentalità da Team Ineos”? Ricordo che atleti anche blasonati hanno avuto difficoltà ad adattarsi alla dimensione creata da Brailsford e hanno preferito cambiare.

«Beh può capitare, ed è capitato, che molti si siano sentiti imbrigliati da questo modo di vivere la squadra e di impostare le cose e abbiano preferito tentare altre strade. Però sono certa di una cosa: molti di quelli che sono andati via metterebbero la firma per tornare subito. Posso dire con sicurezza che ai corridori in questa squadra non viene fatto mancare nulla. Hanno a disposizione tutto quello di cui hanno bisogno per fare i professionisti. Devono solo pensare ad allenarsi e ti dico anche che da noi viene garantita anche una grande serenità, senza mettere pressione agli atleti per l’eventuale mancanza di risultati facendoli sentire “instabili”».

E infatti a quanto pare dopo i grandi addii avvengono anche i grandi ritorni, per esempio Richie Porte…

«Esatto! Il fatto che sia tornato è il segno che sa di trovare delle cose positive che già aveva avuto modo di conoscere».

Parliamo allora di atleti e di risultati. L’idea che ha dato il Team Sky degli albori è quella di un collettivo solido. Dal 2020 le cose sono andate un po’ diversamente: più battitori liberi, più vittorie di tappa. Colpa (o merito) degli eventi (infortuni, cali di forma), oppure è cambiato l’approccio alle corse?

«Lo scorso anno si è vista una squadra che ha lavorato ancora di più come “squadra”. Questo è piaciuto agli spettatori e agli amanti del ciclismo, ma ti dico che anche noi del team siamo rimasti soddisfatti e gratificati da una condotta di gara più fantasiosa, più “umana”, e anche più spettacolare. È stato un modo di adattarsi agli eventi che ha pagato sul piano dei risultati e dello spettacolo».

Veniamo al giorno della caduta di Geraint Thomas allo scorso Giro. Avevate la maglia con Ganna, in attesa di poterla far conquistare da Thomas… il quale però è stato costretto a ritirarsi. A quel punto come sono usciti corridori come Geoghegan Hart? Era lui il vicecapitano designato?

«Gli atleti sapevano di essere lì per Thomas; saltato Geraint sono saltate le gerarchie e non c’era un vicecapitano designato. Il messaggio di Dave è stato: “Ognuno di voi da questo momento è libero di giocarsi le proprie carte”. Questo è servito a costruire un castello che poi ha portato alla vittoria finale, grazie ovviamente al lavoro dei direttori sportivi. Ecco, immagino che magari molti si sarebbero aspettati da noi una tattica diversa, più difensiva, più al coperto, e invece il via libera ci ha portato a dare il tutto per tutto e a correre all’attacco ogni giorno. Una sorpresa anche per noi massaggiatori! Sai… non eravamo abituati a trovare i nostri corridori in fuga, e invece al Giro in ogni tappa ce n’era uno! La nostra fortuna è stato che avevamo corridori tutti di altissimo livello, ma era comunque tutto da scoprire strada facendo».

Quali sono stati i momenti per te più significativi ed emozionanti della scorsa stagione, anche a livello personale?

«L’abbraccio di Filippo (Ganna), è stato uno dei momenti che non dimenticherò mai. E poi direi tutto il Giro di Rohan Dennis, che ho potuto seguire particolarmente da vicino essendo stata la sua massaggiatrice. Ho imparato a conoscerlo gradualmente, e anche con curiosità vista la sua personalità forte, e ho scoperto una persona piacevole e un professionista incredibile che mi ha stupito in positivo. Di lui mi hanno colpito due cose: la sua forza e al contempo la sua fragilità. È una persona estremamente sensibile. Il suo Giro è stato strepitoso e quello che ha fatto per la squadra è sotto gli occhi di tutti. Personalmente, sono molto legata a Salvatore Puccio. Che dire… Salvatore per me è l’icona del professionista: è un corridore che viene da un’altra generazione, quella dei grandi “uomini squadra”, non chiamiamoli “gregari”. E Salvatore tiene la squadra in modo incredibile, non solo in bici: è un ragazzo che si alza la mattina e a prescindere dal suo stato d’animo riesce a motivare tutti. Un momento che non dimenticherò mai è stata la tappa di Vieste dove Salva è arrivato secondo: peccato per l’esito finale, ma che gioia poterlo vedere correre per sé stesso dopo tanto lavoro»!

Quando massaggi un corridore riesci a farti un’idea del suo stato fisico e delle sue possibilità?

«Ognuno ha le sue sensazioni e si fa un’idea, ma non posso dirti che sono in grado di immaginare cosa l’atleta riuscirà a fare. È più facile capire magari il loro stato d’animo, perché alla fine con gli atleti noi entriamo in confidenza, a volte si parla, e a volte anche il silenzio è un segnale. Per noi massaggiatori seguire e massaggiare un corridore durante un grande giro significa anche vederlo letteralmente “scomparire”: in un mese si consumano, invecchiano, dimagriscono in modo impressionante. E aggiungo, in generale gli atleti, anche quelli più forti, hanno le loro debolezze e spesso sono più fragili di quanto si possa pensare. Io mi ritengo fortunata proprio perché ho la possibilità di entrare in contatto con gli atleti dal punto di vista umano».

Parliamo dei grandi leader – penso in particolare a Wiggins e a Froome – che si sono alternati nel team di Brailsford. Che ricordi hai?

«Mi è dispiaciuto molto che Froomey sia andato via, umanamente è una persona splendida. Froomey è uno di quelli che dice sempre “grazie” o “prego”: è una di quelle persone per le quali non ti pesa fare fatica. Fa le cose in un modo così professionale che ti stimola a fare altrettanto. È il classico leader carismatico che non ha bisogni di imporsi, è una persona autorevole, e gli viene riconosciuto  da tutti. Ma soprattutto sa mettersi a disposizione: io l’ho visto fare il portaborracce in occasione del Giro d’Inghilterra di due anni fa, quando a stagione quasi finita gli era stato chiesto di fare quella corsa e lui era lì a onorare la maglia e a servire la squadra. La sua dote come atleta è avere una capacità di gestirsi a livello mentale che non ha eguali secondo me; non è un “talento” naturale, e ha dovuto faticare più di altri per raggiungere i suoi obbiettivi. Quello che ha fatto è frutto di una tenacia e di una capacità di soffrire che non vedo in nessun altro».

E di Wiggins che ci puoi dire?

«Wiggins è il tipo di persona che se quando si alzava la mattina era felice allora metteva felicità tutti, se invece si alzava scontroso allora tutti giravano alla larga!!! Però è un personaggio incredibile! Non è un caso che abbia chiamato il mio cagnolino Brad…»

Thomas?

«Geraint è un gran burlone, però quando tiene a qualcosa vedi un cambiamento e diventa completamente focalizzato sull’obiettivo».

Da quest’anno avete anche voi un “ragazzino terribile”: mi riferisco a Tom Pidcock e ai suoi 21 anni…

Eh sì, un altro esponente di queste giovani generazioni che stanno facendo vedere cose incredibili: Tom viene dal fuoristrada, ha una tecnica impressionante, oltre che dei valori fisici che lo porteranno in alto».

C’è un altro vostro giovane corridore, ormai sbocciato e ovviamente parlo di Egan Bernal

Egan viene da una stagione difficile ma è riuscito a dare una svolta, credo non solo mentalmente ma anche fisicamente: durante la pausa invernale si è impegnato tantissimo a fare lavori compensativi per il fisico (stretching, esercizi per il core, etc.) che l’hanno aiutato tantissimo». 

Cosa puoi dirmi dell’ultima Sanremo? Qual era la strategia della Ineos? A molto italiani non è piaciuto vedere Ganna spremersi sul Poggio e bruciarsi eventuali possibilità per una stoccata finale…

Avevamo Kwiatkowski ancora ammaccato dopo la caduta al Laigueglia, e Michal sapeva di non poter vincere. Abbiamo puntato su Tom Pidcock che ha fatto comunque un ottimo piazzamento. Filippo ha fatto una grande azione sul Poggio, ma lui sapeva, e ci aveva detto, che non si sentiva al massimo per pensare di puntare alla vittoria nel finale: in questo senso è stato onesto e così ha lavorato per la squadra, ma non è stato assolutamente “bloccato” o costretto in alcun modo a mettersi a disposizione».

Parliamo invece di Moscon. La sua qualità migliore e il suo difetto principale?

È un combattente nato; il difetto è che a volte perde facilmente fiducia in sé stesso. È più fragile di quel che sembra. Nel 2020 ha avuto un percorso travagliato, a causa della stagione difficile per tutti, però Gianni ha un grande pregio: non si nasconde, non cerca scuse, dice apertamente “non sto bene” o “ho sbagliato”». 

E Ganna?

Una delle sue più grandi fortune è la famiglia: è supportato in modo perfetto. La natura è stata generosa con lui: è una atleta geneticamente dotato, un cavallo di razza, ha numeri impressionanti. E poi è una persona semplice…sembra un bambinone perché…si diverte! Credo di aver visto solo una volta Filippo preoccupato prima di una gara, anche perché è molto sicuro di sé, non nel senso che è arrogante, ma che è pienamente consapevole dei suoi grandi mezzi».

Potrebbe diventare l’Indurain italiano?

«Chissà… Nel 2020 è stata una sorpresa per tutti. Lasciamolo tranquillo e facciamolo maturare…»

Al di fuori del tuo team, quali sono i corridori che più ammiri?

Alaphilippe su tutti. E poi non si può non apprezzare Valverde: è un signore, oltre che un campione assoluto. Non ho mai lavorato assieme a lui, ma mi sono bastati pochi incontri per rendermi conto del suo valore anche come persona».

Valverde è di una generazione che ormai va a uscire di scena. Le giovani leve sembrano improntate alla filosofia del “tutto e subito”: sono fortissimi già a 23 anni e vincono prima.  Saranno in grado di confermarsi?

«I giovani atleti hanno dalla loro come carta vincente il fatto di essere molto più consapevoli e attenti a certi dettagli rispetto a qualche anno fa. Parlo di cura di dettagli importanti, dall’alimentazione ai lavori compensativi (stretching, post gara…). Devono però essere in grado di mantenere alti gli stimoli e la concentrazione: per vincere quello che hanno vinto corridori come Froome non bastano le gambe o le doti fisiche, ci vuole una concentrazione e una dedizione all’obbiettivo che richiedono anche una certa maturità».

Mi stai dando lo spunto per una domanda quasi inevitabile, dato che siamo sardi: cosa pensi della situazione di Fabio Aru?

«Fabio deve farci vedere qualcosa: o mostra di essere il vincente che abbiamo conosciuto, oppure deve sapersi reinventare anche mettendosi a disposizione di altri. Potrebbe essere ancora un leader, ma in caso contrario lavorare per altri non sarebbe una perdita di valore: il ciclismo è uno sport individuale ma il lavoro dei campioni non si esaurisce nelle vittorie. Non ho mai lavorato con Fabio: credo che forse possa aver commesso errori dovuti anche ad asperità caratteriali, ma mi auguro che possa tornare a vincere o che in caso contrario sia in grado di mettersi a disposizione della squadra».

A proposito di corridori in crisi: cosa pensi dell’addio di Dumoulin? Eccesso di fragilità o effettivamente questo mondo sta diventando troppo pressante?

«Mi è dispiaciuto davvero tanto per Dumoulin. Le ragioni reali le sa solo lui, e vanno rispettate. Ognuno ha la sua forza e la sua fragilità: da una parte, se uno decide di fare il corridore professionista sa cosa lo aspetta, nel bene e nel male, dall’altra parte, non si può nascondere che l’ambiente del ciclismo mette effettivamente tanta pressione e non tutti sono in grado di reggerla a lungo andare..

In che cosa mette pressione? Bicisport ha recentemente additato come possibili fattori di eccessivo carico i ritiri, l’esasperazione degli allenamenti comandati dai preparatori, i viaggi intercontinentali con cambi di fuso orario, la “distanza” dai tifosi e dalla gente. Cosa ne pensi?

«È un tema complesso. Dico una cosa che a mio avviso può sintetizzarne altre: nel ciclismo attuale circolano più soldi e quindi ci sono più interessi economici in gioco; se a questo aggiungiamo che le vette del ciclismo mondiale sono occupate da pochissime squadre, è evidente come le aspettative e le responsabilità sono molto meno diffuse e diluite tra gli atleti, e si concentrano su pochi: i big sono quelli. Quando una squadra investe su uno o più atleti è inevitabile che questi atleti sentano su di sé una pressione che vent’anni fa non c’era, proprio perché erano minori gli interessi in gioco dietro le grandi competizioni».

Prima di salutarci, un’ultima domanda. Hai lavorato per la Federazione e conosci bene il mondo del ciclismo, anche quello giovanile: cosa vorresti chiedere per il movimento italiano?

«Per l’ambiente dei professionisti non vedo particolari esigenze; a livello di calendario mi farebbe piacere che la mia terra tornasse a godere del grande ciclismo col Giro di Sardegna. Quanto ai giovani, vorrei rivedere quello che si vedeva quando correvo io in fatto di numeri, di squadre e di ragazzini che vanno in bici: vorrei che ci fosse un maggiore impegno per il settore giovanile. E poi vorrei che ci fosse più attenzione per la pista: oggi è trascurata ma vediamo quanto è importante e quanti campioni ci sta regalando, pensate a Elia Viviani e a Filippo».

Gli occhi di Daniela si illuminano pensando ai giovani, nel ricordo di anni in cui anche lei era una delle protagoniste che si davano battaglia nella strada e nella pista. “Chi è stato ciclista lo sarà per sempre” verrebbe da dire, ed è questa uno dei motivi per cui Daniela Carta riesce a trasmettere ad ogni parola la sua passione per le due ruote. 

Federico Bacco