Furlan (General Store): «Lucca e Rocchetta i nostri riferimenti, ma non dite che gli Elite sono già vecchi»

Furlan
Giorgio Furlan, direttore sportivo della General Store.

Il tempo non ha cambiato Giorgio Furlan, lo ha lasciato pacato, silenzioso e introverso com’è stato durante la sua non lunga carriera da corridore, dal 1989 al 1998, ritirato a nemmeno 33 anni. E un palmarès niente male: una Sanremo, un campionato italiano, un Giro di Svizzera, una Tirreno-Adriatico, una Freccia Vallone, due tappe al Giro. E due podi prestigiosi, secondo al Lombardia nel 1993 e terzo alla Liegi nel 1994. E dal 2017, lui taciturno e dalla scorza dura, è passato in ammiraglia a spronare e indirizzare i giovani della General Store. Giovani come Lucca e Rocchetta capaci di fare primo e secondo al GP Mantovani.

Giorgio, eri un corridore complicato da gestire?

«Penso proprio di no, per anni il ciclismo è stato un chiodo fisso e una grandissima passione, ci pensavo giorno e notte e non mi sono mai perso per strada. Ho fatto il gregario quand’era giusto che lo facessi, ho corso da capitano quando me lo sono meritato. Quel carattere duro che avevo allora ce l’ho ancora, non ci si può fare niente, le persone cambiano poco e nulla: ma non si può proprio dire che fossi complicato da gestire».

Gestire i dilettanti di oggi è più facile o più difficile?

«Più complicato, trenta o quarant’anni fa era tutto più ruspante e semplice, bastava il buonsenso. Gli allenamenti e la preparazione si impostavano senza tanti cambiamenti e scossoni, si pensava a pedalare abbastanza e ad inserire al massimo qualche lavoro. E i ragazzi avevano meno distrazioni di oggi. E meno illusioni, anche».

Ma un ragazzo di vent’anni deve anche illudersi, no?

«Quanti dilettanti, ogni anno, possono lecitamente aspirare al professionismo? Pochi, piaccia o meno. E una delle cose che più mi infastidisce è che alcuni dei più validi, siccome hanno qualche anno in più, vengono bollati come vecchi e lasciati marcire nei circuiti inferiori».

Quindi è un bene che il Giro d’Italia abbia deciso di aprire anche ai ragazzi del 1998, quelli che quest’anno sono al primo anno tra gli elite. 

«Assolutamente, stiamo parlando di ragazzi di 23 anni che hanno esperienza e stoffa. Quelli che, allo stesso tempo, hanno sofferto molto la scorsa singhiozzante stagione. La proposta l’ha avanzata Davide Cassani, bisogna rendergliene merito. Non è possibile che il ciclismo, specialmente quello italiano, reputi vecchi dei ragazzi di 23 o 24 anni».

Perché proprio il ciclismo italiano?

«Perché così rinnega il proprio passato. Penso a Ballan, De Marchi, Ballerini, Masnada: corridori eccellenti che sono venuti fuori col tempo, mentre di tanti loro coetanei approdati al professionismo a vent’anni si sono perse le tracce. Da sempre il ciclismo italiano sforna corridori che si affermano sul lungo periodo».

Però continuiamo a non avere un ventenne da buttare nella mischia.

«Non sarà una risposta emozionante, ma secondo me non possiamo farci molto. Il talento è anche una questione di fortuna, per anni l’Italia è stata una miniera d’oro e adesso, pur rimanendo molto valida, lo è un po’ meno. Quando correvo io, i paesi dell’Europa dell’Est lanciavano molti corridori che, gira e rigira, raramente si consacravano. Oggi la Slovacchia ha Sagan, la Polonia Kwiatkowski e la Slovenia Pogacar e Roglic».

Bisogna riconoscere, però, che all’estero i dilettanti possono contare su un calendario più valido.

«Dipende dal punto di vista: l’Italia ha tantissime manifestazioni ciclistiche riservate ai dilettanti, alcune anche molto prestigiose come le nostre classiche d’aprile e il Giro d’Italia. Non ci sono molti altri paesi europei con la nostra passione e tradizione. Certo, ci vorrebbero alcune corse a tappe in più, ma mi rendo conto che organizzarle costa molto».

Sono le gare che permettono di riconoscere i veri talenti, no?

«Sì, anche nel caso di un corridore che non si occupa della classifica generale. Ci si abitua alla fatica, il motore guadagna quei giri fondamentali per fare il salto di qualità. Non dico tanto, basterebbero prove da 4 o 5 giorni. Lì si capisce chi può diventare un professionista e chi, invece, non possiede i mezzi. Fermo restando che il ciclismo non deve diventare uno sport esclusivo, chiunque deve sentirsi libero e avere la possibilità di inseguire il proprio sogno».

L’assenza di molte corse a tappe è ciò che ci ha fatto soffrire nell’ultimo decennio?

«Uno dei fattori, senz’altro. Quanti ragazzi ho visto dominare le volate nelle prove provinciali e regionali e poi perdersi alla prima tappa mossa e nervosa del Giro d’Italia. Il numero delle vittorie conta fino ad un certo punto e le vittorie, per quanto desiderate e mai facili da ottenere, non si equivalgono mai. I successi, più che contati, vanno pesati: soltanto così si può andare oltre le apparenze e intuire il reale valore di un’atleta».

Così facendo, però, probabilmente i corridori stranieri non avranno carriere particolarmente lunghe.

«Può darsi, non è da escludere, anche se riflessioni del genere preferisco farle tra qualche anno: non possiamo ancora sapere quale piega prenderanno le carriere dei vari Pogacar ed Evenepoel. Anch’io credo che all’estero talvolta esagerino nel preparare i loro atleti. Io stesso seguo attentamente la preparazione dei miei atleti: i tempi sono cambiati e questi giovani sono più pronti e maturi rispetto alla mia generazione, ma non bisogna esagerare».

Ma si può impedire ad un campione di vincere poiché giovane?

«Assolutamente no, più che gestirlo e tentare di farlo rimanere coi piedi per terra cosa vuoi fare? E poi, siccome il ciclismo è uno sport ma anche un investimento che talvolta supera i 30 o i 40 milioni di euro, le squadre se ne approfittano. Possiamo anche dire che è un atteggiamento sbagliato perché troppo spietato e opportunista, ma non se ne esce, almeno credo». 

Chi sono gli atleti più interessanti della General Store?

«Tre elite, prima di tutto: Lucca, Rocchetta e Baseggio. Si piazzano spesso, gli auguro di vincere qualche gara in più perché secondo me hanno i mezzi per ritagliarsi uno spazio importante. E poi anche qualche Under 23: Agostini, Carpene, Vignato». 

Ormai sei alla quarta stagione nella squadra, l’avresti mai detto?

«Quando mi ritirai no, rimasi qualche anno lontano dal ciclismo perché ne avevo fin sopra i capelli e volevo godermi la famiglia. Salii in ammiraglia per la prima nel 2003, una squadra padovana, il diesse che c’era prima di me era Piotr Ugrumov. Poi, nell’agosto del 2017, definimmo i dettagli per cominciare con la General Store a partire dalla stagione successiva».

Cos’ha preso Furlan dai suoi ex direttori sportivi?

«Non saprei dirlo, però mi ricordo bene com’erano: Pietro Algeri, che ho trovato al passaggio tra i professionisti, è stato fondamentale, prodigo di consigli e pazienza; Ferretti all’Ariostea, invece, un maestro di tattica; e Remigio Zanatta, che ebbi tra i dilettanti, mi ha insegnato cosa significa durare fatica, stringere i denti, affinare il recupero. Ci faceva fare degli allenamenti estenuanti, era proprio un altro ciclismo…»