Commesso (Palazzago): «A Locatelli devo tutto, ma quanti rimpianti! Ora penso a motivare i miei ragazzi»

Commesso
Salvatore Commesso, ex direttore sportivo della Palazzago.
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Ormai l’accento campano Salvatore Commesso l’ha perso, i tanti anni in Lombardia glielo hanno modificato e reso irriconoscibile. Ha una moglie e due figli e dal 2010 è uno dei direttori sportivi della Palazzago, realtà della quale è diventato ancora più imprescindibile dopo l’uscita di scena di Olivano Locatelli.

«Al quale devo tutto, questo voglio ribadirlo – racconta Commesso – Se non lo avessi avuto come direttore sportivo tra i dilettanti, una volta tra i professionisti non avrei saputo vincere quel poco che ho vinto. Poco ma buono, lo riconosco: due tappe al Tour, due campionati italiani, un Matteotti».

E poi il campionato europeo e l’oro ai Giochi del Mediterrano nel 1997, quand’eri ancora un dilettante, e alcuni piazzamenti indicativi tra i professionisti. Commesso ascoltava i suoi direttori sportivi?

«Sì, ogni tanto facevo di testa mia ma tutto sommato li ascoltavo. Locatelli, come dicevo, è stato il più importante: mi assillava, mi prendeva a male parole, ma lo faceva per il mio bene, avevo bisogno d’essere spronato in quel modo. Sono sicuro che la sua influenza su di me è durata anche dopo il mio passaggio tra i professionisti, non credo sia un caso che nei primi due anni e mezzo nella massima categoria abbia vinto due tappe al Tour e un campionato italiano».

Dopodiché, Salvatore, di risultati ne sono arrivati pochi: cos’è successo?

«E’ successo che mi sono perso, detto in parole povere, e la colpa non è che mia. Mi sono illuso, cullato da quei bellissimi successi, e ho buttato via quella che poteva essere una bella carriera, ancora più soddisfacente di quella che ho vissuto. Tra i dilettanti c’era Locatelli che non mi faceva respirare, tra i professionisti invece si è molto più soli, bisogna saper provvedere a sé stessi. Bisogna sapersi bastare, mettiamola così. Quando mi sono ripreso, tra il 2007 e il 2008, ormai avevo ben più di 30 anni e non è bastato per rimettermi in carreggiata».

Quanti rimpianti hai?

«Un bel po’, anche se non me ne faccio niente. Due su tutti: la Roubaix e il Fiandre, le corse che sognavo da bambino. Andavo bene col caldo, purtroppo, e non sono mai riuscito ad affrontarle con la condizione giusta. Al Fiandre arrivai anche tredicesimo nel 2003, ma nel finale mi mancava sempre qualcosa per lottare coi più forti. Per un Fiandre o una Roubaix avrei dato tutto, anche le vittorie al Tour e i campionati italiani. La più bella alla Grande Boucle? Non so scegliere: stupenda la prima in maglia tricolore e magnifica la seconda battendo Vinokurov».

Adesso che sei passato dall’altra parte della barricata, cosa dici ai tuoi ragazzi?

«Più che altro provo a motivarli, alla loro età i rischi più grandi sono due: illudersi d’essere forti per poi rimanerci male e credere di non essere mai all’altezza della situazione e degli avversari. Perdere la motivazione significa smettere di sognare e allenarsi approssimativamente. E poi insisto ogni giorno sul concetto di squadra: soltanto un gruppo unito può puntare alla vittoria e durare nel tempo. Guardate la Deceuninck: Alaphilippe, il campione del mondo, oggi magari si sacrifica per Ballerini e domani può battere Van der Poel e Van Aert».

Ma la Palazzago avrà pure dei capitani, no?

«Certo, Stefano Baffi e Pasquale Abenante sono i nostri fari: il primo mi piacerebbe rilanciarlo, perché il talento non gli manca anche se nelle ultime stagioni ha perso la rotta; il secondo, invece, vorrei vederlo tra i professionisti, dato che le sue buone stagioni e le sue belle vittorie le ha sempre portate a casa. Sono entrambi alla prima stagione da elite, ma hanno il dovere di crederci. Però questo non significa che la Palazzago debba sempre lavorare per loro: dipende dal periodo, dalla corsa, dallo stato di forma. Non ho mai voluto un talento fenomenale e dieci gregari al seguito, specialmente tra i dilettanti ognuno deve avere le proprie opportunità».

Quella di far diventare la Palazzago una continental, a proposito di opportunità, c’è mai stata?

«Sinceramente non sono mai stato un grande appassionato della questione. Non so, mi guardo intorno e vedo formazioni continental che hanno costi elevati e che, stringi stringi, fanno un calendario praticamente identico al nostro. Quando partecipano ad eventi più importanti, come un Laigueglia o una Coppi e Bartali, i loro giovani si trovano spalla a spalla coi professionisti e ne escono distrutti nel fisico e nel morale. C’è che sostiene che prendendo batoste si cresce: non dico di no, però se posso permettermi a forza di prendere botte c’è il rischio che passi la voglia. Alcune realtà italiane sono tornate indietro, dal circuito continental sono tornate a quello dilettantistico classico. Qualcosa vorrà pur dire».

Quale corsa sogna di vincere quest’anno Salvatore Commesso?

«Nessuna in particolare, diciamo che mi farebbe piacere un podio al Giro d’Italia. Oltre ad Abenante e Baffi, ho scommesso su alcuni ragazzi al primo anno nella categoria che promettono bene. E ovviamente mi aspetto molto dai corridori che sono al terzo o al quarto anno: penso a Sessa, nel 2020 quindicesimo e quinto degli italiani nella generale del Giro. Senza dimenticare i ritorni di Paolo Tiralongo tra i direttori sportivi e di Francesco Romano in gruppo. Non nego che un’offerta dal WorldTour mi ingolosirebbe e mi renderebbe molto felice, ma quanto mi diverto a lavorare coi giovani…»