Valverde da record: venti volte in “Top 10” nei grandi Giri. A 40 anni fa bene a insistere?

Alejandro Valverde all'attacco durante la 7ª tappa della Vuelta 2020. Oltre a curare la classifica, ha sfiorato più volte la vittoria di tappa (©Photogomezsport2020)

Carapaz e Roglic a giocarsi sul filo dei secondi la Vuelta 2020, metro per metro sulle rampe dell’Alto de la Covatilla. Un minuto dietro, lontano dai riflettori, un ragazzo di 40 anni stava compiendo la sua impresa. Sfuggiti Gaudu e De La Cruz, l’ultima chance di Alejandro Valverde per entrare nei primi dieci della Vuelta era tenere a tiro Aleksandr Vlasov, rispetto al quale era avanti di 9 secondi in classifica e di 16 anni all’anagrafe.

Alla fine, missione compiuta per un soffio: Valverde è rimasto aggrappato al decimo posto, con il russo a soli 2 secondi. Una piazzamento tutto sommato non epocale, se non facesse del murciano il primo corridore nella storia del ciclismo capace di entrare venti volte nella Top 10 dei grandi Giri.

Una storia unica, cominciata un’era geologica fa, alla Vuelta 2003, quando un ventitreenne Valverde riuscì a vincere due tappe e salire sul terzo gradino del podio, a un paio di minuti da Roberto Heras, che in quegli anni dominava la corsa spagnola, vinta quattro volte.

Da allora, don Alejandro è stato una presenza quasi fissa alla Vuelta, con altri sei podi (e complessivi 11 piazzamenti nei primi dieci) conquistati in 14 edizioni disputate. A queste, nel corso di una carriera difficilmente ripetibile, ha aggiunto 13 Tour de France (un podio, sei volte in Top 10) e un Giro d’Italia (3° posto nel 2016).
In totale, 28 grandi giri disputati. E di questi, ben 24 portati a termine, di cui 20 in Top 10 e 9 sul podio.

Classiche e corse a tappe: il campione più completo della sua generazione

A fronte di tutto questo, sembra perfino strano che vi sia solo un trionfo finale, nella Vuelta del 2009. Ma è un dato che, diversamente da casi analoghi nella storia del ciclismo, non è valso allo spagnolo l’etichetta di “eterno piazzato”. E il perché è evidente: il Valverde che lottava per vincere Tour e Vuelta era lo stesso che dettava legge nella Liegi (4 successi, solo Merckx ha fatto meglio) e nella Freccia Vallone (5 successi, record assoluto). Lo stesso che a 38 anni, a Innsbruck, ha vinto uno dei Mondiali più duri di sempre. Un campione di rara completezza, che batteva gli specialisti delle classiche e poi andava a battagliare con gli specialisti dei grandi Giri. Lui c’era sempre, gli altri giravano a turno.

Nello sport, il campione anziano e al tramonto rischia sempre di essere definito patetico. Nel caso di Valverde sarebbe un giudizio senza alcun fondamento, come dimostra il suo rendimento da agosto a oggi. Dopo un Giro del Delfinato di buon livello si è buttato nella mischia del Tour, con il compito di spalleggiare i giovani leoni della Movistar Mas e Soler, trovando tuttavia il modo di onorare la classifica e chiudere al dodicesimo posto.

Qualche giorno dopo era a Imola, a caccia di una maglia iridata che alla sua età avrebbe avuto un sapore leggendario. E mentre le ambizioni di molti si spegnevano sugli strappi del circuito emiliano, Valverde se la giocava fino all’ultimo, chiudendo ottavo.

Il suo è un tramonto pieno di orgoglio. E non è ancora finita

Poi, la Vuelta. Ancora montagne, affrontate con chili di orgoglio. Come nel giorno del terribile Angliru, sul quale tutto il mestiere e l’esperienza del mondo possono ben poco, se gambe e fisico non rispondono. Sul “mostro” delle Asturie, Valverde è ancora una volta caduto in piedi, ribadendo una realtà inoppugnabile: il suo motore ha perso potenza, ma gli permette ancora prestazioni sopra la media. Il suo è un calo dignitosissimo, non certo un crollo.

Gli è mancata la vittoria, cercata con ostinazione. La volta buona sembrava venerdì scorso, nella tappa di Ciudad Rodrigo: a pochi metri dal traguardo era ancora davanti a tutti, prima di piantarsi e veder passare in extremis il danese Magnus e il solito Roglic a caccia di abbuoni.

Poco male, dopo tutto: domenica scorsa a Madrid, Valverde ha chiuso la sua 28ª grande corsa a tappe ed è il primo a concluderne 20 tra i primi dieci in classifica. Quanto ai successi, a oggi sono 127, che ne fanno lo spagnolo più vincente di sempre e il diciassettesimo nella storia del ciclismo.

Ma non è ancora tempo di bilanci finali, perché don Alejandro di ritirarsi non ha alcuna voglia. Lo scorso anno aveva indicato nel 2021 il suo ultimo anno, ma il coronavirus gli ha tolto mezza stagione, dandogli la scusa per ripensarci. «Dopo quanto è accaduto – ha detto qualche mese fa – non sono più sicuro di smettere l’anno prossimo. Potrei andare oltre».

Fa bene a insistere o rischia di offuscare con un finale da comparsa una carriera straordinaria? Si vedrà: per ora uno che corre tra i primi in poche settimane prima il Tour e poi la Vuelta non può essere definito alla frutta. Dovrà magari selezionare gli obiettivi e sperare che nella prossima stagione la situazione sanitaria riporti la stagione alle cadenze consuete. Magari un colpo nelle “sue” classiche potrebbe ancora farlo. 

I venti piazzamenti in Top 10

2003Vuelta España 2014Tour de France
2004Vuelta España2014Vuelta España
2006Vuelta España2015Tour de France
2007Tour de France2015Vuelta España
2008Tour de France2016Giro d’Italia
2008Vuelta España2016Tour de France
2009Vuelta España2018Vuelta España
2012Vuelta España2019Tour de France
2013Tour de France2019Vuelta España
2013Vuelta España2020Vuelta España10°