Improvvisamente, la lunghezza di alcune tappe dei grandi Giri è diventata un problema. Prima al Giro d’Italia, con l’ormai famoso sciopero – o ribellione, sollevamento, cambiano i sinonimi ma non la sostanza – di Morbegno; poi alla Vuelta, con le lamentele per niente sussurrate dopo il traguardo della 15ª tappa, la Mos-Puebla de Sanabria di 231 chilometri, flagellata dal maltempo e conquistata allo sprint da Philipsen.
Ora, essendo il chilometraggio una delle discriminanti più decisive per decidere le corse ciclistiche, è difficile credere che il problema sia sorto soltanto adesso, perdipiù dall’oggi al domani. Covava, sicuramente, da diverso tempo. Se una volta non se ne parlava, è perché la maggior parte dei corridori – fatta eccezione per i campioni del gruppo – non aveva coscienza di sé: per coloro che si affidavano al ciclismo per sfuggire dalla povertà, pedalare era più che sufficiente, le polemiche sulla lunghezza sterili. Oggi, invece, i corridori vivono in un ambiente totalmente diverso. Abituati ad un altro tenore sportivo, col tempo le loro esigenze sono cambiate.
Ma insomma, la lunghezza di alcune tappe dei grandi giri è veramente un problema? Non può esistere una sola unica risposta, perlopiù giusta a prescindere. C’è da dire che, ancor prima che dell’aspetto sportivo, viene quello economico: una volta che l’organizzazione ha preso accordi per partire da una data località e arrivare in un’altra, non ci sono molte alternative. Secondo alcuni, mantenere il chilometraggio entro limiti umani farebbe perdere di senso all’utilizzo di pratiche dopanti, anche se in questo discorso non dobbiamo dimenticare che alla distanza bisogna aggiungere la velocità alla quale questa viene percorsa.
Che i ciclisti si siano abituati bene è senz’altro vero, non nascondiamolo. Da qui a tacciarli di codardia, però, ce ne corre: i corridori che hanno protestato alla partenza della Morbegno-Asti sono gli stessi che il giorno prima – il 22 ottobre, non d’estate – hanno affrontato la discesa dello Stelvio a mezze maniche raggiungendo velocità quasi autostradali.
Tuttavia, la domanda che molti si pongono è: perché affrontare tappe così lunghe, se l’esito è sostanzialmente scontato? Il dubbio è lecito: 250 chilometri per attendere una volata non sono il massimo, né per chi deve pedalarli né per chi deve fruirne. Ma ancora, non bisogna cadere nel tranello dello spettacolo a tutti i costi: il ciclismo è uno sport di resistenza e pazienza, non è il basket americano, e quindi non sarebbe giusto disegnare un Giro o un Tour assecondando solamente le dinamiche televisive.
Come ogni polemica, anche questa è scivolosa e spinosa. L’impressione è che durerà a lungo, raramente si è visto un gruppo così spezzato ma allo stesso tempo, almeno in parte, così deciso nel non voler abbassare la testa. Il chilometraggio delle corse è alla base del ciclismo, per questo rischia di trasformarsi in una questione epocale.









